QUANDO GARIBALDI SI IRRITO’ CON I PISTICCESI
Anche a Pisticci, come in altri centri lucani, l’anniversario della nascita di Garibaldi è passato inosservato. Pura (e grave dimenticanza) oppure un segnale preciso del rinnovato clima di revisionismo che da qualche tempo accompagna la figura dell’eroe dei due mondi? Un documento inedito di storia locale rinvenuto in un archivio privato, chiarisce in un certo senso il rapporto contrastato che Garibaldi mantenne con i pisticcesi che si attendevano almeno un piccolo segno di riconoscenza per aver abbracciato la sua causa. Nel 1882, si diffuse voce in paese che il 25 marzo, il treno su cui viaggiava la famiglia Garibaldi, diretta in Sicilia per commemorare i Vespri, avrebbe so- stato per alcune ore nella stazione di Tor di Mare Metaponto- allora frazione di Pisticci. Quale migliore occasione per incontrare l’eroe ed abbracciarlo? Del resto, ventidue anni prima, il paese aveva offerto alla causa unitaria un corpo di quaranta volontari al comando di Nicolino Franchi ed il capitano di artiglieria Luigi Rosano aveva fatto parte dell’esercito garibaldino. Un altro pisticcese -seppure di adozione- Giuseppe Zacchei, detto Balzano- al seguito delle camicie rosse, si era fermato in paese per dirigere l’Ufficio Dazio e poi aperto in piazza S. Rocco una trattoria-locanda. Anche a costui si presentava la grande occasione di rivedere il suo generale. In breve, preso da un incontenibile entusiasmo, si incaricò di preparare i festeggiamenti, non nascondendo il proposito di poter convincere Garibaldi a fare una breve comparsa in paese. Il pomeriggio precedente, nel Largo Convento -oggi piazza Municipio- fece incendiare fuochi pirotecnici e suonare la banda nelle principali vie, che intonò inni patriottici ed allegre marcette ma soprattutto l’Inno di Garibaldi. La mattina seguente, una delegazione di cittadini pisticcesi, guidata dal Balzano, dal capitano delle guardie civiche, dal presidente della Società Operaia Antonio Conte, dal fattorino postale Francesco Rosano, dall’avv. Nicola Cantisani e dal tal zio Vardino, accompagnata dalla banda, giunse allo scalo di Metaponto al grido di “Viva Garibaldi”, quando il convoglio era già in sosta. Dall’esterno, il generale fu acclamato e pregato di affacciarsi al finestrino ma egli si dimostrò alquanto irascibile ed adirato per le urla e gli schiamazzi. Dal treno scese la figlia Francesca che annunciò ai pisticcesi che il padre si era addormentato, febbricitante ed in non buone condizioni di salute. Ma alcuni pisticcesi che erano saliti sul treno notarono che egli non dormiva affatto. Il figlio Menotti salutò tutti con una stretta di mano, promettendo che al ritorno, stando il padre meglio, lo avrebbe accompagnato lui stesso in paese. L’iniziativa del Balzano fu in seguito criticata dai soci del Circolo Metapontino, gli stessi che avevano decretato la sua espulsione dall’Ufficio Dazio. Voleva forse egli procacciarsi i favori del generale per essere reintegrato nell’incarico o per diventare presidente della Congregazione di Carità, come si diceva? Garibaldi, naturalmente, non potè mantenere la promessa. Dopo alcuni mesi si spense e quando la notizia giunse in paese, proprio mentre si celebrava la Festa dello Statuto (2 giugno 1882) Balzano corse a casa per indossare la vecchia e gloriosa camicia rossa con cui partecipò al corteo patriottico, vivendo a suo modo un piccolo ma significativo momento di gloria.
GIUSEPPE CONIGLIO