LA STORIA

 Al di là dei reperti archeologici di epoca preistorica e romana, fra i quali spiccano le stupende effigi dell'anonimo Pittore di Pisticci (alcune già raccolte dal Brithish Museum di Londra), la storia pisticcese assume un certo spessore a partire dall'epoca medioevale. E' la badia di Santa Maria la Sanità, costruita intorno al Mille sulle rovine di un antico cenobio basiliano, a catalizzare un primitivo nucleo sociale che, composto da monaci benedettini e agricoltori, si estenderà nei secoli successivi sulle zone collinari circostanti. Durante le dominazioni di Svevi e Normanni l'abbazia stessa ed i territori ad essa appartenenti risultano di proprietà di vari feudatari qua e là presenti in alcuni passi dei Registri baronali. Il problema di fondo del periodo in questione pare sia rappresentato dalla dialettica continua fra i signorotti locali ed i monaci del convento attiguo all'abbazia, proprietari di un vero e proprio feudo nel feudo. Nel XIII secolo, comunque, Pisticci ha assunto l'identità di un complesso centro di aggregazione sociale, un grosso borgo di circa mille abitanti. Le dinastie di feudatari si susseguono ininterrottamente durante i secoli XV e XVI, periodo in cui la potenza feudale pisticcese appare accresciuta soprattutto grazie alla famiglia Sanseverino. L'anno 1565 cristallizza una triste costante della storia locale. In una contrada che conserva ancora intatto nella toponomastica il ricordo della battaglia (Scannaturchi) ha luogo uno scontro fra i pirati saraceni ed un piccolo esercito formato da contadini e monaci. In questo periodo Pisticci conta poco meno di tremila anime, apre più di venti chiese al culto ed annovera, secondo un attendibile cronista del tempo, molti avvocati fra i suoi cittadini. La gioventù locale già a quei tempi pare si formasse a livello universitario nella capitale partenopea. A parziale conferma di questa ipotesi il fatto che durante la sommossa popolare guidata da Masaniello (1647) alcuni giovani pisticcesi assistettero — o vi parteciparono — alla rivolta. Soltanto dieci anni dopo, il 16 agosto del 1657, aveva inizio il culto del patrono san Rocco. La disastrosa peste scoppiata l'anno precedente nel capoluogo campano e propagatasi in tutto il Regno risparmiò miracolosamente Pisticci per intercessione — almeno così pare — del santo. Circa trent'anni dopo, il 9 febbraio del 1688, una frana spaccava a metà l'abitato sorto intorno alla chiesa matrice della Terravecchia. Lo smottamento si arrestò, quasi per miracolo, ai piedi della chiesa. L'evento rappresentò per molti un presagio di future rovine, ma tutto ciò non impedì che a distanza di soli due anni, dimostrando una volontà eccezionale, alcuni pisticcesi ricostruissero nuove abitazioni a valle, sulle macerie della frana. Bianche, basse, disposte in filari paralleli, esse sono ancora oggi uno dei più interessanti esempi di architettura spontanea tipica della Lucania, un patrimonio unico da salvaguardare con la stessa determinazione degli antichi edificatori. Agli inizi del Settecento Pisticci risulta formata da tre estese contrade: quel che rimane della Terravecchia dopo la frana del 1688, con i resti del castello normanno e la Chiesa Madre; la sottostante ricostruzione, denominata Dirupo; l'antico nucleo originario dell'abbazia della Sanità. Il pisticcese più rappresentativo dell'epoca non è il saggio professionista illuminato, ma il prete. Il numero delle vocazioni, in effetti, pare fosse lievitato in maniera decisiva per raggiungere punte notevoli di 40-50 unità fra preti officianti e canonici. Inutile sottolineare l'influenza che tale struttura sociale cominciasse ad avere sulla popolazione, tuttavia ancora dipendente in modo presso che assoluto dalle baronie feudali. Il vincolo medioevale fra colono e signore comincerà però ad allentarsi nel periodo della cosiddetta Repubblica Partenopea, questa volta grazie all'intervento di un canonico di origine spagnola: padre Francesco Sion. Nel 1815 la corona borbonica deve cedere alle pressioni borghesi e vendere all'incanto le tenute di alcune famiglie baronali. In questo periodo l'abitato annovera oltre seimila anime distribuite fra la parte già esistente e tre nuove contrade: Picchione, Croci, Tredici. Sia durante i moti del 1820-21 che nel periodo seguente pare sia attestato a Pisticci un consistente gruppo di professionisti dediti ad attività antiborbonica. Numerosi furono gli individui che sposarono la causa liberale, opponendosi drasticamente all'amministrazione regia. Il 16 agosto 1860, intanto, un nutrito gruppo di giovani pisticcesi partiva alla volta di Potenza per unirsi alla spedizione garibaldina. Dopo l'unità d'Italia si accavallano numerosi gli interventi da parte delle varie amministrazioni, in particolare per la sistemazione urbanistica e per l'istruzione. Quest'ultima è stata evidentemente una preoccupazione costante se, sia pure a distanza di un secolo, Pisticci è oggi sede di due scuole medie, di un liceo, degli istituti agrario, professionale ed alberghiero. I circa trecento caduti pisticcesi fra prima e seconda guerra mondiale dimostrano, qualora ce ne fosse bisogno, che il contributo di questa cittadina alle sorti più o meno liete del Bel Paese è stato pari a quello di ogni altra realtà sociale. A mo' di intervallo tra i due eventi bellici, la relativamente fattiva parentesi fascista, foriera di miglioramenti spesso sostanziali e duraturi. Oltre gli squadristi e le purghe, in realtà, c'è da rilevare la costruzione di un acquedotto ancora funzionante da cui attingono due intere regioni, unitamente all'inizio dell'opera di bonifica del litorale. Sulla scia di quest'ultimo progetto poté sorgere Marconia, centro di confino durante il ventennio ed in seguito sbocco naturale dell'espansione urbanistica. Il dopoguerra è cronaca dei nostri giorni. Alle angustie inevitabili della prima ricostruzione segue un repentino cambio di registro dovuto all'esperienza industriale. Sulla scia dello sfruttamento di un consistente giacimento metanifero sorge nei primi anni ‘60 un grande polo chimico ubicato in prossimità dello scalo ferroviario. Il boom economico coinvolge tutta la struttura sociale ed accelera la crescita della cittadina ad ogni livello. Posti di lavoro, opportunità di servizi, decollo definitivo del settore commerciale rappresentano la risultante immediata di una manovra politico-economica senza precedenti. Pisticci vive e viene annoverata fra le cento città più ricche del Paese, si espande verso un litorale che continua ad essere ignorato dal punto di vista della valorizzazione economica, dirotta verso Marconia i nuovi progetti edilizi ed assiste impotente al declino fidando in una riconversione industriale che non approderà a nulla. Sul lungo termine la depressione dipende dalla sopravvenuta carenza di risorse, dalla errata impostazione delle strategie, dalla volontà di illudere e di illudersi. Quella più recente è la storia dei cassintegrati, della collocazione in mobilità, di deprecabili aborti imprenditoriali, di un quartiere residenziale — sorto a suo tempo intorno al polo industriale — ormai abitato dai pochi eletti ancora impiegati nelle piccole realtà aziendali sopravvissute al tracollo. E bisognerebbe cercare uno sbocco sul mare, valorizzando un patrimonio turistico e ambientale ancora incontaminato; bisognerebbe sancire in maniera definitiva la monumentalità di un centro storico affascinante e suggestivo concedendo il giusto spazio a quel ramo dell'imprenditorialità ancora intenzionato a riportare in vita gli usi, i costumi, la cultura pisticcese. Ma questa è un'altra storia.

 Giulio Caputi

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