In ricordo della notte di S.Apollonia

UNA DEGNA SEPOLTURA PER IL MARTIROLOGIO

DEL 9 FEBBRAIO 1688

 Dopo 320 anni hanno finalmente trovato degna sepoltura le spoglie mortali dei circa quattrocento cittadini pisticcesi, vittime della frana del 9 febbraio 1688, passata alla storia come la notte di S. Apollonia. Nella mattinata di sabato 9 febbraio, nella ricorrenza del triste evento, sono stati benedetti il cippo che ricorda il martirio degli scomparsi e l’area cimiteriale che ne custodisce i resti. In precedenza è stata celebrata una S. Messa, presso il Santuario-Abbazia del Casale, officiata dall’arcivescovo di Matera mons. Salvatore Ligorio e dal clero del territorio di Pisticci. Presenti tra gli altri, autorità militari ed amministrative fra cui il sindaco Michele Leone e la giunta municipale. In serata poi, presso la Chiesa Madre si è svolta la rievocazione storica dell’evento da parte del sindaco Michele Leone, Dino D’Angella, Giuseppe Coniglio e Renato D’Onofrio, con intermezzi poetici di Antonio Di Giulio, Amalia Marmo e Bianca Rainone. Chiusura con concerto ad requiem dell’Accademia Busoni, diretta dal maestro Alessandro Vena. Nella sera di venerdì8 poi tutte le campane delle chiese hanno suonato a stormo per ricordare le vittime della frana. In quella triste notte, la parte più antica del paese si spaccò in due, a causa di una frana. “Accadde a nove del febbraio 1688 -riferisce una cronaca del tempo- ed il popolo posava nella quiete della notte, preceduta da una neve inaudita e spirava un orribile aquilone. Si vide verso le sette della notte smuoversi e crollarsi dalli fondamenti le case tutte”. Nella contrada di Terravecchia, il suolo si abbassò per oltre sessanta metri e molte persone furono ingoiate dalle voragini e sepolte dalle macerie. Fra le vittime, due sacerdoti, amministratori feudali, bambini e numerosi contadini e bracciali. Nelle operazioni di soccorso un ruolo di primo piano fu svolto dai frati del convento francescano che ospitarono nelle loro celle molte persone, vestendole del loro umile saio. Nella solerte gara di solidarietà, si distinse, tra gli altri, il vescovo di Anglona mons. Marco Matteo Ajeta Cosentino, -grande amico dei pisticcesi e della famiglia Philomena dove spesso era ospitato- che inviò una lunga teoria di muli con viveri, indumenti e medicinali. Per un puro caso il presule non fu tra le vittime: era stato infatti invitato a dimorare a Pisticci per una ricorrenza ma all’ultimo vi rinunciò per un attacco febbrile. Altri aiuti pervennero dopo qualche settimane da Acerra dove risiedeva il feudatario di Pisticci don Carlo De Cardenas, qualche tempo dopo accusato, ma forse ingiustamente, di voler trarre profitto dalla sciagura, facendo costruire nuove case in località Caporotondo dove doveva sorgere la nuova città. Ma i pisticcesi, riuniti in Pubblico Parlamento, decisero di non abbandonare i luoghi nativi e si strinsero intorno alla loro Chiesa Matrice, che, miracolosamente intatta dalla frana, si ergeva ancora maestosa, quasi a voler testimoniare la continuità della storia e della vita. Tutti i resti della vittime furono provvisoriamente depositati negli ampi ipogei della Chiesa Madre e solo dopo qualche anno, sgombrate tutte le macerie, venne avviata una lenta opera di ricostruzione. E, come per incanto, spuntarono circa trecento bianche casette a schiera.

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